3) Barth. Agpe ed ros.
Barth propone delle strade di avvicinamento tra la realt
religiosa dell'uomo e la rivelazione di Dio. Confrontando i due
amori, quello umano e pagano, ros, e quello divino e cristiano,
agpe, il teologo annuncia una parola di riconciliazione da parte
di Dio, che si prende cura anche dell'uomo che vive nella
dimensione dell' ros.
K. Barth, Dogmatica ecclesiale.

 A ci che rende impossibile il confronto di agape e eros bisogna
aggiungere anche il fatto che l'agape, che viene da Dio, supera
l'eros, che viene dalla negazione dell'uomo, non soltanto in
dignit, ma anche in potenza. L'eros non pu che passare, perire,
cessare, assieme a tutto il mondo che su di esso  costruito e da
esso  dominato, ispirato e qualificato; l'amore invece, l'agape,
non verr mai meno (I Cor. 13, 8): assieme a ci che da essa
scaturisce (come essa scaturisce da Dio) l'agape rimane in eterno
nel mondo che passa.
Per questa ragione, riguardando al cammino fatto nello sviluppare
il problema dell'amore cristiano e della sua antitesi con l'eros,
 ora lecito e doveroso concludere con una parola di
riconciliazione. Non con un compromesso o con un indebolimento
dell'antitesi, ma con una parola di riconciliazione: non rispetto
all'eros, ma rispetto all'uomo che, sottraendosi e opponendosi a
Dio e al prossimo, nega la propria umanit. L'agape non pu
trasformarsi in eros e l'eros non pu trasformarsi in agape. Non
si possono nemmeno confondere l'uno con l'altro. Ma, se questo 
impossibile, ancora pi impossibile  che Dio si trasformi in un
Dio diverso o lo si possa confondere con un Dio diverso, che non
sarebbe pi il Dio dell'uomo- anche dell'uomo il cui amore  eros.
Ancora pi impossibile  che quest'uomo cessi di essere uomo, cio
di essere la creatura che Dio ha scelto, ha voluto, ha
strutturato, ancora pi impossibile  che l'uomo nonostante la sua
negazione cessi di essere nelle mani di Dio. Ma se anche l'uomo
dell'eros  nelle mani di Dio, ci significa che l'amore
cristiano, che viene da Dio, deve dire e dice di s anche a lui:
non al suo amore, che  eros, ma a lui, che  l' uomo di Dio e
rimane tale anche nell'eros, anche a lui deve essere detto il s
della riconciliazione, deve essere proclamato il fatto che Dio lo
ha amato, lo ama e lo amer. Come potrebbe l'amore di chi
dimenticasse tutto ci e rifiutasse all'uomo dell'eros questo s,
questa proclamazione - come potrebbe questo amore essere ancora
cristiano? Se il cristiano, che ama sempre anche nel senso
dell'eros, volesse rifiutare questo s al pagano, il cui amore,
a differenza del suo,  soltanto eros, pronuncerebbe davvero un
terribile giudizio su se stesso! Proprio di fronte all'uomo
dell'eros, l'amore cristiano (cio l'amore che viene da Dio e
dunque  dedizione a Dio e all'altro uomo) non pu che coincidere
con questo s, non pu che affermare che anche l'uomo, il cui
amore  eros,  nelle mani di Dio (e precisamente come uno che 
amato da Dio) - non pu che annunciare che Dio - nel suo amore
vero e autentico, che non cerca il proprio interesse - non tenendo
conto del fatto che il suo amore  eros, vuole essere il suo Dio,
Dio per lui, e non vuole essere Dio in nessun altro modo: soltanto
in quanto suo Dio vuole essere anche sovrano, onnipotente e
glorioso. Se l'amore cristiano, proprio di fronte all'uomo non
cristiano, non consistesse in questo annuncio, non sarebbe l'amore
cristiano. Esso si fermerebbe proprio l dove l'amore di Dio, dal
quale proviene, non si ferma. Esso si separerebbe dall'amore di
Dio. Se il cristiano crede - come pu e deve credere - che il
fatto che anche il suo amore  eros non lo separa dall'amore di
Dio, non pu poi rifiutare questo annuncio all'uomo che egli
ritiene ancora interamente immerso nell'eros.
Il contenuto concreto di questo annuncio, cio della parola di
riconciliazione con cui dobbiamo concludere il nostro esame
dell'antitesi di eros ed agape  che Dio si prende cura dell'uomo
in quanto tale e dunque anche dell'uomo dell'eros. Ci significa
che Dio comprende anche quest'uomo, e meglio di quanto non si
comprenda egli stesso. Dio provvede anche a lui, e meglio di
quanto egli stesso non faccia e non possa fare nel suo desiderio
di provvedere a s.
K. Barth, Dogmatica ecclesiale, Il Mulino, Bologna, 1968, pagine
220-221.
